Oggi la storia
Oggi la storia è un programma quotidiano che mira a dare, seppur nel breve formato, profondità storico filosofica a tematiche legate all’attualità o alle ricorrenze del calendario. Propone riflessioni, appunti, considerazioni di accademici che, cogliendo spunti dai fatti della vita quotidiana, da anniversari, da date particolari ci offrono uno sguardo sul presente snidando quei legami a volte invisibili ma reali e importanti, con il passato, quello degli avvenimenti ma anche del pensiero.
PEPPA PIG E I SUOI ANTENATI

Peppa Pig, popolare personaggio dei cartoni animati per bambini in età prescolare, sta per diventare un marchio globale. Lo scorso anno Peppa ha registrato entrate per oltre un miliardo di dollari, tra diritti televisivi e altre forme di sfruttamento dell’immagine. Ma la società che ha acquistato i diritti di Peppa Pig dai suoi creatori ritiene che si possa rapidamente arrivare a due miliardi di dollari.
È nell’Ottocento che cresce l’attenzione per i personaggi proposti ai bambini, con il dichiarato intento di formare nuovi cittadini patriottici rispettosi delle leggi. Il precursore può essere considerato Giannetto, di Luigi Parravicini, pubblicato nel 1837 e presto adottato in molte scuole italiane. In un Paese di analfabeti, si cerca di diffondere nozioni utili attraverso le poco avventurose vicende del protagonista.
Il punto d’arrivo di questo percorso è naturalmente Pinocchio, pubblicato da Carlo Collodi nel 1883, poco prima di Cuore, di Edmondo De Amicis. In quegli stessi anni Johanna Spyri pubblica Heidi, che propone ai bambini svizzeri l’incanto della vita nella natura incontaminata delle Alpi e l’amore per il prossimo, al di fuori delle convenzioni borghesi.
Le buone intenzioni si spengono con Il giornalino di Gian Burrasca, pubblicato da Vamba nel 1912, ma il fascismo presto riscopre il potenziale propagandistico della letteratura per l’infanzia, con una serie infinita di giovani balilla eroici.
La miliardaria Peppa Pig appare lontanissima da quei suoi remoti precursori. Per cominciare si rivolge a bambini più piccoli. Ma soprattutto non sembra più avere messaggi da trasmettere o modelli da proporre. Se gli eroi per l’infanzia si avventuravano spesso soli alla scoperta del mondo - un rito di passaggio necessario per diventare adulti - Peppa Pig si limita a mettere in scena quadretti di vita quotidiana, sempre con la rassicurante compagnia dei genitori: preparare le frittelle, lavare la macchina, far volare un aquilone. Piccole storie di una famiglia unita, felice, divertente: forse è questo il desiderio impossibile del nostro tempo.
LA STORIA SULLA PELLE

Il tatuaggio è di gran moda: oltre sette milioni di italiani, il 13% della popolazione, ne ha almeno uno. La maggior parte dei tatuati ha tra 25 e 45 anni, con un buon livello economico e di istruzione. Mancano dati precisi per la Svizzera, ma la situazione non dev’essere molto diversa.
Lungo tutta la sua storia l’Occidente ha sempre diffidato di questa forma di manipolazione del corpo. Nell’antica Roma il tatuaggio marchiava gli schiavi o i criminali; e nel Medioevo fu espressamente proibito da una bolla di papa Adriano, nel 787. Per secoli l’uso del tatuaggio fu ristretto a soldati, gladiatori, carcerati, marinai, prostitute e altre categorie di marginali, disprezzati dalle persone per bene.
Poi James Cook, nella seconda metà del Settecento, inaugurò la stagione dei grandi viaggi nel Pacifico. Al suo ritorno raccontò di come nei mari del sud uomini e donne si colorassero i corpi in modo indelebile e rese di uso comune la parola “tattow”, che riproduce il rumore del legno picchiettato sull’ago per bucare la pelle. In Nuova Zelanda fecero molta impressione i vistosi tatuaggi scuri sul volto dei Maori, mentre in Giappone il tatuaggio era praticato in forme più nascoste ed eleganti. Ancora oggi è un segno di riconoscimento degli appartenenti alla mafia giapponese, la famigerata Yakuza.
Tra Ottocento e Novecento, cominciò un curioso percorso incrociato: mentre i missionari cercavano di estirpare la pratica del tatuaggio nelle colonie, spesso con successo, questa si diffondeva sempre più in Occidente, dapprima in forme nascoste e sotterranee poi, negli ultimi decenni, alla luce del sole.
Il tatuaggio contemporaneo si è ormai esteso a ogni fascia d’età o classe sociale, perdendo per via il suo originario carattere trasgressivo: anzi da segno di distinzione e di ribellione è diventato una manifestazione di conformismo, un omaggio allo spirito del tempo. Le più varie figure simboliche, prese dalle diverse epoche e culture, si sovrappongono confusamente sui corpi in forme stravaganti, perdendo molto della loro forza comunicativa.
È un altro aspetto di quell’eccesso di segni che caratterizza la nuova civiltà globale.
UN MUSEO NEL DESERTO

Dopo parecchi ritardi, nei prossimi mesi il Louvre aprirà la sua nuova sede di Abu Dhabi, nella capitale degli Emirati Arabi Uniti. Il museo farà parte di un distretto culturale per il turismo di massa sull' “Isola della felicità”, accanto a hotel di lusso e campi da golf.
Il celebre museo francese, primo al mondo per numero di visitatori, sarà ben compensato per questa sua succursale d’oriente: l’accordo vale 850 milioni di dollari, dei quali 440 solo per usare il marchio Louvre. Curioso, se pensiamo che non è neppure certa l’origine del nome: secondo alcune fantasiose etimologie infatti Louvre vorrebbe dire “luogo abitato da lupi”, o forse più semplicemente “castello, fortezza”.
Prima della Rivoluzione francese il Louvre era il Palazzo reale, insieme alla Reggia di Versailles. Ma i rivoluzionari decisero di farne una casa delle arti e della cultura, non più privilegio dei re, ma aperta a tutti i cittadini. Quando però il Museo del Louvre fu inaugurato, nel 1793, già imperversava il Terrore e nessuno poteva dirsi sicuro della vita. Inoltre la maggior parte delle opere che ancora oggi lo rendono unico furono prelevate in tutta Europa dagli eserciti francesi vittoriosi. Insomma la storia non è avara di contraddizioni, ma anche così, con tutti questi limiti, la creazione del Louvre fu un momento fortemente progressivo e diede alla cultura un ruolo e un significato nuovo nella vita dei francesi.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno voluto il Louvre per aprire nuove prospettive in vista dell’esaurimento, tra qualche decennio, delle enormi riserve di petrolio, fondamento della ricchezza del Paese. Nella stessa logica aprirà anche una sede distaccata del Guggenheim Museum di New York e un Campus della New York University.
Non mancano però dubbi e resistenze. Per esempio gli operai che costruiscono questi nuovi edifici sono immigrati che vivono in condizioni misere, malpagati, e senza molti di quei fondamentali Diritti dell'Uomo e del Cittadino enunciati nella celebre dichiarazione del 1789, anch’essa, come il Louvre, figlia della Grande rivoluzione.
Più ampiamente, in un contesto qual è quello degli Emirati, dominato dal denaro e dalla tecnologia, con una società civile fragilissima, quale significato potrà avere la cultura? Lo spettacolo della bellezza riuscirà comunque a ingentilire gli animi, aprendo la stagione di un nuovo umanesimo, o sarà soltanto un abbellimento del potere economico e finanziario?
Forse, accanto ai grandi accordi economici, qualche riflessione preliminare in più sulla storia del Louvre avrebbe aiutato a non mettere in gioco il senso della propria tradizione.
LA BRIGATA EBRAICA

Due giorni fa gli Italiani hanno celebrato l’anniversario della liberazione dal nazismo e dal fascismo. Durante il corteo milanese però i sostenitori dei palestinesi hanno contestato i rappresentanti della Brigata ebraica; e a Roma, per evitare simili problemi, gli ebrei hanno rifiutato di partecipare alle manifestazioni pubbliche.
Considerato che non mancano occasioni per sostenere le legittime ragioni della causa palestinese, queste provocazioni in occasione del 25 aprile sono semplicemente frutto d’ignoranza e pregiudizio, perché confondono malamente epoche e questioni diverse: quello che uno storico non dovrebbe mai fare.
La Brigata ebraica ha invece pieno diritto a essere presente là dove si ricorda la guerra di liberazione. Questo reparto fu costituito nel 1944 con volontari di Palestina, ai quali si aggiunsero ebrei provenienti da altri Paesi: Canada, Sudafrica, Australia, Polonia e Russia. Inquadrata nell’esercito inglese, nel 1944 la Brigata ebraica fu schierata sul fronte italiano, dove si distinse nella faticosa risalita della penisola lungo il versante adriatico, combattendo efficacemente contro i nazisti. A partire dall’aprile 1945 la Brigata ebraica ebbe anche la sua bandiera, azzurra e bianca con al centro la stella di David.
I numeri erano ridotti – circa cinquemila soldati – ma l’importanza simbolica fu enorme. Mentre i nazisti, pur sconfitti, portavano avanti a ritmo accelerato lo sterminio degli ebrei, con il sostegno dei fascisti, quel popolo perseguitato prendeva le armi contro i suoi nemici.
Inoltre, già durante la guerra, in modo del tutto spontaneo, i membri della brigata aiutarono i superstiti delle comunità ebraiche, sconvolte dalle persecuzioni. Ho conosciuto da vicino il toccante episodio di Sciesopoli, nel comune bergamasco di Selvino. Qui ottocento orfani di famiglie ebraiche, raccolti in condizioni disastrose dai ghetti e dai campi di concentramento di tutta Europa, furono accolti e aiutati a iniziare una nuova vita.
Nel 1946 la Brigata ebraica fu sciolta e l’esperienza militare dei suoi soldati fu messa al servizio del nascente Stato d’Israele.
Un filo sottile lega le vicende della Brigata ebraica al nostro cantone: nel 1944 un giovane ebreo di origini piemontesi, Vittorio Dan Segre, seguiva la brigata in Italia come corrispondente di guerra. Negli ultimi anni della sua vita Dan Segre fondò l’Istituto studi mediterranei presso l’USI e si impegnò coraggiosamente proprio in favore del dialogo tra ebrei e palestinesi.
ARRIVANO I NOSTRI?

Qualche giorno fa il sito archeologico di Palmira è stato finalmente riconquistato. La notizia della sua caduta nelle mani dello Stato islamico, nel maggio 2015, era stata accolta con profonda preoccupazione per la sorte dei tesori archeologici, protetti dall’Unesco. Aveva poi destato commozione la vicenda di Khaled al-Asaad, il direttore del sito archeologico, torturato e ucciso per non aver voluto collaborare cogli occupanti.
Ora Palmira è di nuovo al sicuro, ma la notizia è stata accolta tiepidamente e non ha avuto grande eco nei media. Forse questo è dovuto al fatto che l’antica città carovaniera è stata liberata dalle truppe del governo siriano di Assad, aiutate dall’aviazione russa, ovvero da quelle forze che, nei media occidentali, sono spesso presentate come i cattivi.
Nella storia non è un caso isolato del resto. La Seconda guerra mondiale fu vinta anche grazie al contributo determinante dell’Unione sovietica, ovvero di un regime totalitario non meno sanguinario di quello nazista. Per esempio proprio il 13 aprile 1943 il mondo apprese da radio Berlino che nelle fosse comuni di Katyn erano stati ritrovati i resti di quindicimila ufficiali polacchi, uccisi dalla polizia segreta di Stalin. E in quella stessa guerra gli Americani, i buoni per definizione, sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Secondo alcune indiscrezioni, alla fine di maggio, in occasione del prossimo incontro del G7, Obama potrebbe essere il primo presidente americano a visitare Hiroshima, anche se quasi certamente non presenterà quelle scuse che da più parti sono invocate.
Ancora potremmo scorrere le biografie dei Giusti tra le nazioni, ovvero di quanti hanno salvato degli ebrei dal genocidio nazista, pur non appartenendo a quel popolo; nella lista troviamo anche dei fascisti, come Giorgio Perlasca, che nel 1944, fingendosi console spagnolo, salvò oltre cinquemila ebrei ungheresi.
Etica e storia si intrecciano in modo complicato e imprevedibile. Non è tanto una lezione di relativismo – il bene resta bene, il male resta male – piuttosto un invito a non essere troppo rigidi nei giudizi e a riconoscere anche i meriti di chi sta dalla parte sbagliata della barricata.
IL GIORNO DELLA MATITA

Oggi è il 30 marzo: e se volessimo cercare nella storia importanti anniversari per questo giorno avremmo solo l’imbarazzo della scelta. Il 30 marzo del 1282 per esempio scoppia la rivolta dei Vespri siciliani; nello stesso giorno del 1492 Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia espellono tutti gli Ebrei dalla Spagna; sempre in quel giorno nel 1856 il Trattato di Parigi pone fine alla Guerra di Crimea e ancora il 30 marzo 1867 la Russia vende l’Alaska agli Stati Uniti.
Ma la storia non è fatta solo di grandi eventi politici o militari. La storia sociale è scandita anche da semplici, fondamentali invenzioni, che hanno cambiato la vita quotidiana di milioni di persone. E così il 30 marzo è anche ricordato come la Giornata mondiale della matita.
Ogni anno nel mondo si producono quattordici miliardi di matite. Questo umile strumento, che ha trasformato la pratica della scrittura, fa la sua comparsa soltanto pochi secoli fa. A metà del Cinquecento in Inghilterra fu scoperto un giacimento di grafite particolarmente pura, che rese evidenti le potenzialità di questo materiale per la scrittura. Ma solo nella seconda metà del Settecento, a Norimberga, il famoso produttore Faber-Castell avvia la fabbricazione su larga scala di matite così come le conosciamo oggi: un bastoncino di legno, solitamente a sezione esagonale, al cui interno è inserita un'anima di grafite, detta mina.
È a questo punto che entra in scena l’americano di origine giamaicana Imeneo Lipman. Il 30 marzo 1858 (ecco la ragione del nostro anniversario), a Filadelfia, Lipman brevetta un’invenzione apparentemente banale: aggiunge una gomma da cancellare a un estremo della matita. La gomma era all’interno del legno, come la mina: temperando la matita da un lato si affilava la punta, dall’altro la gomma.
Il successo fu enorme, tanto che ancora oggi negli Stati Uniti le matite hanno sempre la gomma incorporata. Nel 1862 Lipman vendette il suo brevetto a un industriale per la considerevole somma di centomila dollari, l’equivalente di due milioni di dollari odierni.
Da quel momento però cominciarono i guai. Infatti l’idea fu copiata da Faber-Castell che, come abbiamo visto, dominava questo settore. La sola differenza era che nelle matite Faber-Castell la gomma non era incorporata, ma montata in un piccolo telaio di metallo. Una causa per violazione di brevetto fu subito intentata, ma nel 1875 la Corte suprema degli Stati Uniti diede ragione alla Faber-Castell: poiché sia la matita che la gomma esistevano già, la loro semplice combinazione non poteva essere considerata un’invenzione brevettabile.
Una piccola storia di uomini e matite.
#VIAJOSOLA

Nei giorni scorsi ha commosso e fatto pensare la tragica vicenda di due giovani argentine, Marina Menegazzo e Maria Coni. Durante un viaggio zaino in spalla in Ecuador le ragazze sono rimaste senza soldi e hanno accettato l’ospitalità di due uomini. Una storia come tante, finita però in tragedia: dopo essere stati respinti i due le hanno uccise, abbandonando poi i loro cadaveri in un sacco.
Gli assassini sono stati arrestati ma della vicenda si è continuato a parlare. Le due giovani infatti sono state criticate perché viaggiavano da sole e, per reazione, si è diffusa in rete una campagna di mobilitazione in loro difesa. L’hashtag #ViajoSola è diventato rapidamente di tendenza, per difendere a colpi di tweet il diritto delle donne a viaggiare sole.
Ma quando e come le donne hanno conquistato questo diritto? Per lunghi secoli i viaggiatori sono stati quasi sempre maschi e le viaggiatrici erano eccezioni. Una donna sola, lontana dalla propria casa, destava diffidenza e si acquistava presto una reputazione di dubbia moralità. Questi pregiudizi si sono radicati anche nella lingua corrente: pensate alla differenza tra uomo di mondo e mondana, tra passeggiatore e passeggiatrice, sino alla donna di strada.
Nell’Ottocento però un numero crescente di donne cominciò a viaggiare, grazie a due nuove possibilità. Da un lato lo sviluppo dei pellegrinaggi, per esempio a Lourdes, dove le donne potevano contare sulla presenza rassicurante del sacerdote. Dall’altro i viaggi di gruppo del nascente turismo organizzato, anche qui con una figura maschile di garanzia, l’accompagnatore.
Nel Novecento il viaggio femminile diventa sempre più comune e la mediazione maschile non serve più. Alla fine degli anni Sessanta per esempio numerose ragazze occidentali percorrono la Rotta hippie dalla Turchia all’India, attraverso Iran, Afghanistan e Pakistan, con una libertà che forse oggi non sarebbe possibile in quei Paesi. Gli eredi di quell’esperienza sono stati i backpacker, i giovani viaggiatori indipendenti armati di sacco a pelo e guide Lonely Planet, sempre più numerosi per le strade dell’America meridionale e dell’Asia sud-occidentale.
Tra loro tante ragazze. Da qui l’importanza oggi di non fare passi indietro e ribadire: io viaggio sola.
QUANDO NEOLOGISMO ERA UN NEOLOGISMO

Per qualche giorno il popolo della rete si è dilettato con una nuova parola: petaloso, approvata anche dall’austera Accademia della Crusca. È piaciuta la storia di un bambino pasticcione ma fantasioso e di una maestra che sa scorgere quanto c’è di buono anche in un errore.
Ma forse ancor più ci affascina l’eterno miracolo di veder nascere una “nuova parola”, un neologismo. Il termine viene dal greco e fa la sua comparsa in francese intorno al 1735; verso la fine del Settecento approda all’italiano. Il Secolo dei lumi fu profondamente innovatore nel campo della politica, della cultura, della scienza e dell’arte. Nascevano sempre nuove parole e infine fu coniato anche il termine generale per indicare questo fenomeno: neologismo, appunto.
Se si escludono le circa duemila parole discese per tradizione ininterrotta dal latino all’italiano, tutte le altre sono state, prima o dopo, un neologismo. Non sempre peraltro l’Accademia della Crusca è stata pronta a recepire le novità. La prima edizione del Vocabolario della Crusca, nel 1612, si limitava quasi soltanto alle parole create da Dante, Petrarca e Boccaccio nell’aureo Trecento e respingeva per esempio termini oggi comuni come esagerare; anche la parola intruso… era considerata un intruso. Ancora nell’Ottocento l’Accademia della Crusca fece molta resistenza prima di accogliere termini scientifici come botanica, ottica e psicologia; e persino al sommo poeta Leopardi furono rimproverate nuove parole non autorizzate come fratricida, l’uccisore del fratello.
Per secoli i neologismi sono stati creati soprattutto dagli intellettuali: scrittori, teologi, filosofi. A partire dall’Ottocento sono stati invece i giornalisti a innovare il lessico. Nel Novecento infine anche la radio ha avuto un ruolo importante nell’introduzione e nell’accettazione di nuove parole.
Uno dei modi più semplici di creare un neologismo è adottare una parola straniera. Ma questo non sempre piace ai regimi autoritari. Per esempio, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il fascismo impegnò una battaglia di retroguardia contro le parole straniere. E così la réclame divenne pubblicità, lo chaffeur si chiamò autista, lo speaker della radio annunziatore. Ma, nonostante ogni sforzo, non si riuscì a imporre l’uso di arlecchino al posto di cocktail, di ber al posto di bar, del fantasioso calceggio per dribbling. E nel frattempo Radio Londra, che trasmetteva clandestinamente nel nostro Paese, diffuse un bellissimo neologismo: la Resistenza.
SE ASCOLTI LA RADIO STASERA

“Se ascolti la radio stasera, udrai la mia canzon” cantava Meme Bianchi nel 1940 dai microfoni del’EIAR, la radio pubblica italiana strumento della propaganda fascista. La popolare cantante era originaria di Porto Ceresio, appena oltre il confine che ci separa dall’Italia. Già nel 1936 Meme Bianchi fu ospite di Radio Monteceneri, l’antenata della RSI, e qui volle cantare dal 1943 al 1945, quando la Repubblica di Salò, alleata dei nazisti, trasmetteva invece dagli studi di Busto Arsizio.
In quegli anni la voce dell’EIAR non era più la sola a parlare agli Italiani. Dall’inizio della Seconda guerra mondiale infatti Radio Londra trasmetteva regolarmente nella nostra lingua. L’ascolto era severamente proibito, ma di nascosto dal regime e dai suoi delatori in molte case si cercava di sintonizzarsi su Radio Londra, tenendo il volume al minimo. Alcuni conduttori divennero assai noti, come il colonnello Harold Stevens, il “colonnello buonasera”.
Spesso Radio Londra trasmetteva anche messaggi diretti alla Resistenza, che segnalavano per esempio l’invio di armi o ordinavano un sabotaggio, ma erano in codice e solo i destinatari potevano comprenderli: la mia barba è bionda; la mucca non dà latte; Giacomone bacia Maometto; le scarpe mi stanno strette.
Nel febbraio del 1942, con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, a Radio Londra si affiancò la Voce dell’America, che cominciò a trasmettere verso la Germania, dove i nazisti con Goebbels sfruttavano al massimo il potenziale propagandistico della radio: “Le notizie potranno essere buone o cattive – era la promessa della Voce dell’America – ma saranno sempre vere”.
E proprio il 17 febbraio del 1947 la Voce dell’America cominciò a rivolgersi anche ai cittadini dell’Unione Sovietica, nel nuovo scenario della Guerra Fredda. Nella programmazione il Jazz, sempre più popolare, aiutava a far passare un punto di vista favorevole agli Stati Uniti.
Sostenuta da robusti finanziamenti negli anni Cinquanta la Voce dell’America arrivò a trasmettere in tutto il mondo in quarantacinque lingue. Con la fine della Guerra fredda il futuro della Voce dell’America si è fatto più incerto, ma lungo tutta la seconda metà del Novecento ha scritto una pagina importante nella storia della radio, tra libertà d’informazione e propaganda.
UNA FINESTRA SULLA STORIA

La storia è avara di immagini. I secoli passati sono stati raccontati soprattutto attraverso le parole e con poche migliaia di quadri, miniature di manoscritti o illustrazioni di opere a stampa.
Le immagini storiche sono poche perché sono andate perdute, ma anche perché un tempo la loro produzione era estremamente limitata. Basti pensare che tutte le principali religioni – Ebraismo, Islam e in qualche misura anche il Cristianesimo – condividono una profonda diffidenza verso le immagini. Di conseguenza un uomo del Medioevo, lungo tutto il corso della sua vita, vedeva un numero di immagini pari a quelle che oggi incrociano il nostro sguardo nel giro di pochi minuti.
Nell’Ottocento l’invenzione della fotografia ha cambiato interamente i termini della questione. Le immagini si sono moltiplicate ma anche così il loro numero è stato limitato dalle tecnologie adottate: si utilizzavano infatti dapprima pesanti lastre di vetro e poi rullini di pellicola, che dovevano essere sviluppati e stampati nella camera oscura.
Nel 1989 Bill Gates, il fondatore di Microsoft, decise di creare Corbis, il più grande archivio di fotografie storiche al mondo. E nel 1995 acquistò la collezione di Otto Bettmann, un ebreo tedesco che nel 1935 era fuggito dalla Germania nazista per rifugiarsi negli Stati Uniti, portando con sé quasi soltanto la sua imponente raccolta di immagini, accresciuta negli anni seguenti. Otto Bettmann fu l’inventore di una nuova professione: il venditore di fotografie. Vengono dal suo archivio alcune delle icone del nostro tempo: la vertiginosa merenda sulla trave dei muratori del Rockefeller Center, il dirigibile Hindenburg che brucia, Hitler a Parigi, Einstein che fa la linguaccia, Rosa Parks che viaggia orgogliosa sull’autobus non più riservato ai soli bianchi.
Corbis ha raccolto nel tempo una collezione di oltre cento milioni di immagini, ben custodite in una vecchia miniera di ferro, sessanta miglia a nord di Pittsburgh, Pennsylvania.
Da pochi giorni però Corbis è stata acquistata dall’azienda Visual China Group e così una parte importante della memoria dell’Occidente è ora in mano ai Cinesi. Sulla decisione di vendere Corbis hanno pesato gli scarsi profitti dell’attività o forse la sfida impossibile di archiviare le infinite immagini prodotte ogni giorno grazie alla tecnologia digitale e all’uso compulsivo degli Smartphone. Basti pensare che su una popolare piattaforma di condivisione come Instagram vengono caricate 3600 foto al secondo.
Ma quante di loro saranno a disposizione degli storici del futuro?
ALL’ANGOLO DELLA STRADA

Le aggressioni collettive di Colonia, con le quali si è aperto il nuovo anno, sono state considerate da molti osservatori una pericolosa ricaduta in un passato che ci siamo faticosamente lasciati alle spalle.
Una conferma sembra venire anche dalle ricerche dello storico francese Jacques Rossiaud su numerosi casi di violenze sessuali di gruppo nel tardo Medioevo. In particolare Rossiaud ha approfondito il caso di Digione nel Quattrocento.
A Digione la sera gruppi di giovani forzano la porta di casa di una donna e, a viso scoperto, violentano a lungo la loro vittima. Quasi sempre i vicini terrorizzati non intervengono.
Gli autori di questi crimini sono giovani scapoli, intorno ai vent’anni, spesso garzoni di artigiani e di manovali. Come scrivono le fonti giudiziarie, il gruppo si è formato «all’angolo della strada».
Le loro vittime hanno fra i quindici e i trent’anni di età; sono serve, donne che tardano a sposarsi o sono rimaste troppo a lungo vedove, mogli abbandonate, amanti o concubine, in breve qualunque fanciulla sulla cui onestà gravi qualche sospetto.
Le donne aggredite, scelte con cura, sono deboli e isolate, senza la protezione di un maschio, e passano rapidamente dalla parte del torto se cercano di denunciare la violenza subita. Dopo questi episodi per molte di loro è impossibile continuare una vita normale: divenute vulnerabili dal punto di vista fisico e psicologico sono facili prede delle ruffiane, in cerca di nuove prostitute per i loro bordelli.
Queste violenze, una o due al mese, mantenevano viva un’atmosfera di insicurezza tra le donne di Digione, ma erano ignorate dai pubblici poteri. La giustizia interveniva solo quando la giovane era di buona famiglia e l’onore di un padre o di un marito veniva offeso; in quel caso soltanto la punizione dei colpevoli poteva anche essere spietata, sino all’esecuzione capitale.
Vi sono in queste vicende numerose affinità ma anche differenze con quel che è avvenuto pochi giorni fa. Così è la storia del resto: offre spunti di riflessione piuttosto che facili conclusioni.
QUINTA COLONNA

Gli attentati di Parigi hanno mostrato come nelle società occidentali siano presenti infiltrati e simpatizzanti islamici: persone che condividono la nostra stessa vita quotidiana ma che obbediscono a poteri distanti e ostili.
Per indicare questi individui si utilizza tradizionalmente l’espressione quinta colonna, che fu coniata probabilmente durante la guerra civile spagnola. Quando a un generale di Francisco Franco fu chiesto quale delle sue quattro colonne avrebbe preso Madrid, quello rispose che la città sarebbe stata conquistata dalla quinta colonna, con evidente riferimento ai gruppi filomonarchici e franchisti che agivano clandestinamente nella capitale.
L’espressione ebbe fortuna e si diffuse in tutte le principali lingue europee. Da allora, in ogni guerra o momento di tensione internazionale, la presenza di quinte colonne ha sempre rappresentato l’incubo dei veri patrioti.
Per esempio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale furono internati i cittadini di origine giapponese; e pochi anni dopo, al tempo del maccartismo, furono i sostenitori della sinistra a essere sospettati di complicità con l’Unione Sovietica. In entrambi i casi, va detto, le preoccupazioni si rivelarono eccessive.
Persino la neutrale Svizzera ha temuto la minaccia di quinte colonne, soprattutto nel periodo tra le due guerre, quando fascismo e nazismo si affermarono nei Paesi vicini. Si colloca in quegli anni la parabola politica di Georges Albert Oltramare, un drammaturgo e giornalista che nel 1932 fondò l’Unione Nazionale. Il programma: combattere i comunisti, il capitale massonico e soprattutto gli ebrei. Il motto: “Una dottrina, una fede, un leader”. In quello stesso anno 1932 Oltramare fu coinvolto nei disordini che portarono all’uccisione di tredici manifestanti socialisti da parte dell’esercito. All’apice della sua fortuna controllava duemila aderenti in basco e camicia grigia e dieci seggi nel Gran Consiglio di Ginevra. Nel 1937 a Roma il “Piccolo duce”, com’era chiamato, fu ricevuto dal duce vero, Benito Mussolini. Durante la guerra Oltramare fu attivo nella Francia occupata dai nazisti, e solo la sconfitta dei suoi potenti amici lo spinse finalmente ai margini della vita pubblica, alle prese con processi e condanne.
La quinta colonna di fascismo e nazismo era stata finalmente debellata.
L’ULTIMO UOMO

L’11 novembre del 1918 si concludeva la Prima guerra mondiale. L’armistizio fu firmato alle 5 del mattino e la cessazione delle ostilità fu fissata per le 11, 6 ore dopo, per dare tempo alla notizia di diffondersi in tutti i settori del fronte.
Anche così, in quelle poche ore del mattino, quasi 11.000 soldati furono uccisi o feriti o dispersi, per fare un confronto più che nel primo giorno dello sbarco in Normandia, nella Seconda guerra mondiale.
L’ultimo soldato inglese ucciso fu George Edwin Ellison, un minatore di Leeds di quarant’anni che era sopravvissuto lungo tutta la guerra, solo per morire alle 9 e mezza dell’ultimo giorno, a Mons, nello stesso luogo dove la guerra era iniziata 4 anni prima. 4 anni di sanguinosi combattimenti erano serviti soltanto a riportare la situazione al punto di partenza. Alle 10.45 muore l’ultimo francese, il portaordini Augustin Trébuchon, mentre cerca di informare i commilitoni che una minestra sarebbe stata servita dopo il cessate il fuoco. Da civile Augustin Trébuchon faceva il pastore e forse già s’immaginava di ritorno tra le sue pecore.
Mancavano pochi minuti soltanto alla pace quando morì l’ultimo soldato del Commonwealth, il canadese George Lawrence Price, ucciso da un cecchino mentre inseguiva alcuni tedeschi in ritirata. Anche così, Price non fu l’ultima vittima. Alle 10.59, un minuto soltanto prima della fine, l’americano Henry Gunther cadde in azione, forse nel tentativo di mettersi in luce. Gunther era guardato con sospetto per le sue origini tedesche e da poco era stato retrocesso da sergente a soldato semplice, quando una sua lettera, nella quale criticava le condizioni di vita al fronte, era finita nelle mani del censore.
Da allora, ogni anno, alle 11 dell’11 novembre, in tutti i Paesi di lingua inglese si osservano 2 minuti di silenzio per le vittime della Grande Guerra. Questo anniversario è anche conosciuto come il Poppy Day, il giorno dei papaveri, perché si appunta sul vestito, il più vicino possibile al cuore, un papavero di carta, rosso come il sangue dei soldati morti. Questa tradizione deriva da una poesia del maggiore canadese John McCrae, che comincia così: “Nei campi delle Fiandre sbocciano i papaveri tra le file di croci che segnano il nostro posto (…) Noi siamo i morti”.
CORSI E RICORSI

Crescono in tutta Europa le proteste contro il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, conosciuto con la sigla TTIP. L’accordo è in corso di definizione e ha lo scopo di creare una zona economica comune tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, eliminando molti ostacoli che complicano gli scambi commerciali.
Gli oppositori pensano che l’accordo sia una sorta di cavallo di Troia che spianerà la strada alle multinazionali e agli interessi economici americani. Da parte loro i sostenitori dell’intesa sottolineano le opportunità di crescita che seguiranno alla creazione di un mercato comune di ottocento milioni di consumatori, così da bilanciare il nuovo potere economico dell’Asia e in particolare della Cina.
Ma proprio la Cina nell’Ottocento fu vittima dei trattati commerciali imposti dalle potenze occidentali, i cosiddetti “Trattati ineguali”. Poiché era impensabile una dominazione diretta dell’immenso territorio cinese, la sottomissione della Cina fu realizzata attraverso accordi commerciali fortemente sbilanciati in favore dapprima degli Inglesi e poi anche di altri Stati.
Nel 1842, al termine della prima Guerra dell’oppio, la Gran Bretagna impose alla Cina il Trattato di Nanchino. La Cina fu costretta ad aprire ai commercianti stranieri diversi suoi porti, tra cui Canton e Shangai, e a cedere la città di Hong Kong all’impero inglese; tra le altre condizioni la libertà per le missioni cristiane di risiedere nel Paese e tribunali speciali per giudicare gli stranieri che avessero commesso crimini.
Particolarmente odiosa fu la questione dell’oppio. Gli Inglesi importavano dalla Cina grandi quantità di tè, seta e porcellana. Per mantenere in equilibrio la bilancia commerciale cominciarono a esportare oppio, prodotto nell’India inglese, provocando il dilagare della tossicodipendenza nel Celeste impero. Invano la Cina cercò di ribellarsi a questa imposizione, che fu ribadita con la forza delle armi.
Questi trattati commerciali furono abrogati solo dopo la Seconda guerra mondiale e l’ultimo atto di quella vicenda può essere considerata la restituzione di Hong Kong alla Cina nel 1997. Nel giro di pochi decenni la situazione è poi completamente cambiata; oggi la vitalità economica della Cina fa paura e spinge verso nuovi accordi commerciali. La storia ha fatto un altro giro di giostra.
PIT STOP

Pochi giorni fa si è svolto il Gran premio del Giappone a Suzuka. Al 28° giro i meccanici della Ferrari hanno cambiato le gomme dell’auto di Raikkonen in appena un secondo e ottantacinque centesimi: ci vuole di più a dirlo. Nel Gran premio di Germania del 1957 il cambio delle gomme della Maserati di Manuel Fangio richiese invece un minuto e sedici secondi.
In mezzo secolo siamo dunque passati dai minuti ai secondi. La storia ha subito una straordinaria accelerazione e la velocità è diventata la nostra ossessione. Il Novecento del resto si era aperto solo da pochi anni quando i futuristi esaltarono con Filippo Tommaso Marinetti la bellezza nuova della velocità. E di lì a poco il taylorismo accelerò il lavoro di fabbrica, come ha mostrato Charlie Chaplin in “Tempi moderni”.
Ai nostri giorni produzione, distribuzione, comunicazione e consumo sono sempre più veloci. E nulla è rapido quanto il denaro che, ormai distaccato dalla mano dell’uomo, si muove alla velocità di nanosecondi nelle transazioni finanziarie in rete. Anche nella nostra vita quotidiana facciamo tutto sempre più alla svelta, eppure siamo sempre più impegnati.
È curioso pensare che dal progresso si attendeva tutt’altro, ovvero lentezza, riposo e un sempre maggiore tempo libero, grazie alla crescente produttività delle macchine. Uomini di opposti schieramenti condividevano questa convinzione. Nel pensiero di Marx per esempio la società comunista avrebbe restituito a ciascuno il tempo libero, consentendogli di svolgere attività diverse e di sviluppare così la propria personalità. Ma anche il grande industriale Henry Ford immaginava una giornata con otto ore di lavoro, otto di riposo e altrettante solo per sé. Così non è stato e anzi proprio la nostra continua agitazione rende il tempo libero un’utopia, un lusso inarrivabile.
Il problema principale è che il nostro corpo e la nostra mente, formati in millenni di lenta evoluzione, faticano a stare al passo con la velocità della società postindustriale. E le conseguenze psicologiche di questi ritmi troppo accelerati sono il deficit di attenzione, la nevrosi e l’inquietudine.
Un mondo troppo veloce rischia di essere soprattutto un mondo che non controlliamo più, pericolosamente instabile. Per tornare alla nostra immagine d’apertura, è difficile guidare un’automobile se si schiaccia troppo l’acceleratore, e con la crescita della velocità cresce anche la possibilità di incidenti.
Il problema è piuttosto recuperare la distinzione tra urgenza e importanza, trovare la giusta velocità nella nostra vita individuale e sociale. Come sanno bene i musicisti, non si tratta di andare piano o forte, quanto piuttosto di seguire lo spartito, di andare a tempo.
ROBOT

Non c’è solo la disoccupazione a preoccuparci. In prospettiva futura la scomparsa del lavoro potrebbe essere ancora più minacciosa. Secondo la società Forrester Research da qui al 2025 i robot ruberanno ventidue milioni di posti di lavoro soltanto negli Stati Uniti. Certo nuovi impieghi saranno creati per la progettazione e la gestione dei robot stessi, ma il saldo sarà comunque pesantemente negativo.
Gli esperti credono che nel futuro i robot saranno uno dei più importanti fattori di progresso perché prenderanno il posto degli uomini nei lavori più ripetitivi, faticosi e pericolosi. Ma proprio l’idea di una loro sostituzione agli uomini ha destato profonde preoccupazioni sin dal momento della loro comparsa.
Il termine robot viene dallo slavo robota, che significa lavoro pesante. Fu inventato e impiegato per la prima volta nel dramma in tre atti “R.U.R.”, scritto dal drammaturgo ceco Karel Čapek nel 1920. Nella sua opera i robot non sono automi meccanici, quanto piuttosto creature semiumane prive dell’anima e impiegate per i lavori più duri. Insomma un prodotto dell’ingegneria genetica, un'altra fonte di apprensione e speranza del nostro tempo. Già nell’opera teatrale di Čapek comunque i robot si ribellano e sottomettono gli uomini, anche se alla fine sembrano ravvedersi.
I robot hanno avuto subito fortuna anche al cinema. Il primo automa fa la sua comparsa in “Metropolis”, il celebre film muto del 1927 diretto dal regista austriaco Fritz Lang. In questo caso a combinare parecchi guai è un robot femmina, copia perfetta della protagonista, Maria. Ma mentre l’eroina di “Metropolis” si dedica a soccorrere i meno fortunati, la sua copia meccanica è invece al servizio degli oscuri disegni di vendetta di uno scienziato impazzito. Non è il solo elemento inquietante: nel film si immagina il mondo del 2026, nel quale le divisioni di classe si sono esasperate radicalmente. I ricchi e i potenti vivono negli sfavillanti grattacieli di Metropolis, mentre la gente comune è confinata nel sottosuolo, in condizioni di vita e di lavoro estremamente penose.
Considerate queste premesse, era forse inevitabile mettere un freno al potere dei robot, ed è quel che farà nel 1941 lo scrittore Isaac Asimov, quando in un suo racconto propone le celebri Tre leggi della robotica, che impediscono ai robot di arrecare danno agli uomini. Ma nessuno ha ancora saputo cancellare interamente quell’antico timore, che un giorno i robot possano prendere il posto degli uomini.
MIGRANTI DI IERI E DI OGGI

All’inizio dell’autunno del 1845 una terribile carestia colpì l’Irlanda. Un fungo parassita danneggiò gravemente le coltivazioni di patate, distruggendo nel primo anno un terzo del raccolto. L’infezione tornò a colpire con effetti catastrofici nel 1846 e si trascinò poi fino al 1852.
La patata era allora il principale nutrimento dei contadini irlandesi, anche perché la maggior parte dei terreni apparteneva a proprietari inglesi, che esportavano gli altri prodotti.
In poco tempo la carestia infierì sulla popolazione, che negli anni precedenti era molto cresciuta. Il governo inglese, guidato dal primo ministro Robert Peel, reagì lentamente e con molte incertezze: gli aiuti furono inadeguati alla gravità della situazione e le politiche adottate confuse e contradditorie.
Agli occhi di molti esponenti di spicco del governo inglese, i cosiddetti “moralisti”, le vittime avevano la loro parte di colpa: i cattolici irlandesi erano accusati di essere troppo prolifici, troppo devoti al Papa e soprattutto di essere pigri e privi di spirito d’iniziativa.
In assenza di interventi adeguati la situazione peggiorò sempre più e nell’autunno del 1846 si registrarono le prime morti per fame; epidemie di tifo e di febbre gialla dilagarono tra una popolazione già gravemente indebolita dalla fame.
Il censimento del 1851 registrò oltre un milione di morti in un piccolo Paese, che contava allora appena sei milioni di abitanti. Ma soprattutto, negli anni precedenti, moltissimi erano fuggiti dall’Irlanda in preda alla disperazione: oltre duecentomila all’anno, un milione e mezzo in totale. I migranti presero soprattutto la via del Canada, degli Stati Uniti e dell’Australia. Fu un esodo senza precedenti: stipati su tutte le navi che fu possibile trovare, migliaia di persone si affidarono al mare. Molti di loro erano malati e scatenarono epidemie nei luoghi di destinazione, con conseguenze facilmente immaginabili.
In questa vicenda apparentemente remota ritroviamo, in una diversa combinazione, molti aspetti del nostro presente: diffidenze e pregiudizi verso le vittime di tragedie storiche, migrazioni di massa, timori di contagi e soprattutto le insufficienze della politica nel gestire una situazione di emergenza.
In questo caso davvero la lezione della storia è rimasta inascoltata.
LA CACCIA ALLE STREGHE

Il 10 giugno del 1692 Bridget Bishop veniva impiccata con l'accusa di essere una strega. Era la prima vittima della caccia alle streghe di Salem, nel New England, una di quelle colonie inglesi del Nord America che sarebbero poi diventate gli Stati Uniti.
Da tempo in tutta Europa la luce della ragione, celebrata dagli illuministi, aveva relegato i processi alle streghe tra le oscure superstizioni del passato. E ora proprio la libera America riprendeva le pratiche dell'Inquisizione; una scelta tanto più sorprendente se pensiamo che molti dei coloni americani erano fuggiti dall'Europa proprio per difendere la libertà di pensiero, soprattutto nel campo della religione.
A Salem, tra aprile e novembre del 1692, alcune adolescenti irrequiete generarono un'isteria collettiva che si diffuse rapidamente in tutta la popolazione. Prima che la situazione tornasse sotto controllo venti persone furono giustiziate, diverse decine torturate per imputazioni immaginarie, alcune centinaia accusate e imprigionate.
Questa storia di streghe, apparentemente remota nel tempo e nello spazio, ha un particolare significato per noi perché l'ultima donna giustiziata per stregoneria in Europa, Anna Göldi, era svizzera. Anna era una domestica con alle spalle una vita tormentata, scandita da fatica e gravidanze indesiderate. In occasione del suo ultimo impiego, a Glarona, fu accusata di aver gettato un sortilegio sulla bambina che accudiva e nonostante l'assenza di prove, dopo aver sperimentato la prigione e gli interrogatori sotto tortura, fu condannata a morte. Anna fu decapitata sulla piazza di Glarona il 13 giugno del 1782, alle soglie dell'età contemporanea e ben centodieci anni dopo i fatti di Salem. Solo qualche tempo fa Anna è stata riabilitata, anche pubblicamente, grazie a nuove ricerche storiche.
Queste storie fuori tempo e fuori luogo, quando e dove non ce le aspetteremmo, ci possono insegnare l'arte della prudenza, della cautela, della sorveglianza costante nei confronti dei nostri peggiori istinti. Condotte irrazionali e violente possono riaffiorare nei luoghi e nei momenti più impensati, anche oggi, anche tra noi. La stagione della caccia alle streghe è sempre aperta.
STORIE DI FALLIMENTI

In questi giorni la Grecia tiene tutta l’Europa col fiato sospeso, minacciando di non pagare i suoi debiti e di uscire quindi dall’euro, con conseguenze difficilmente calcolabili.
Queste dichiarazioni hanno provocato una comprensibile preoccupazione e tuttavia, in una prospettiva storica, tale vicenda è assai più comune di quanto si creda. Gli Stati sudamericani per esempio hanno un’inclinazione a fare bancarotta con regolarità: basti pensare che Costa Rica e Venezuela hanno sulle spalle una dozzina di fallimenti a testa, e i loro vicini sono appena un poco meglio.
Anche gli Stati europei peraltro non hanno certo la coscienza immacolata: la storia di Spagna e Francia in età moderna potrebbe essere riassunta in una lunga serie di insolvenze causate dalle troppo ambiziose politiche dei loro sovrani, impegnati in continue guerre per la supremazia continentale.
Ma curiosamente il primo caso davvero rilevante di bancarotta da parte di uno Stato riguarda l’Inghilterra, che ai nostri giorni è sinonimo di solidità finanziaria. Siamo nel 1342, e il Re Edoardo III è impegnato in diverse imprese militari sfortunate in Scozia e in Francia, che rapidamente prosciugano le sue risorse. Il sovrano inglese comincia allora a sospendere i pagamenti, avviandosi verso la bancarotta.
Questa decisione ha effetti disastrosi soprattutto su due grandi banche fiorentine, i Bardi e i Peruzzi, che per decenni gli avevano garantito abbondanti prestiti. I Peruzzi falliscono nel 1343 per la somma colossale di 600.000 fiorini; i Bardi li seguono nel 1346 con un botto ancora più clamoroso: 900.000 fiorini. Assieme le due compagnie bancarie hanno perduto l’1% dell’intera massa monetaria circolante in Europa.
Curiosamente i giudizi degli storici su questa vicenda sembrano ricalcare quelli che ascoltiamo in questi giorni. Alcuni infatti rimproverano a Edoardo III d’Inghilterra le sue spese dissennate e i metodi brutali con cui si liberò dai debiti, cancellandoli con un tratto di penna e oltretutto imprigionando i banchieri, per rilasciarli solo dopo una formale rinuncia ai loro diritti.
Altri però hanno difeso re Edoardo sostenendo che le condizioni dei prestiti erano troppo dure e che le banche fiorentine negli anni precedenti avevano di fatto preso il controllo delle ricchezze del regno, a cominciare dal commercio della pregiata lana inglese. Da questo punto di vista quella di Edoardo appare allora come una sacrosanta ribellione e si sostiene che in ogni caso le grandi banche si erano già ripagate dei loro prestiti quando l’Inghilterra rifiutò di far fronte ai suoi impegni.
Prestatori incauti e debitori svogliati: a qualche secolo di distanza i termini della questione sembrano essere davvero sempre gli stessi.
SCEMI DI GUERRA

Il 13 maggio del 1978 in Italia entrava in vigore la Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra che l’aveva promossa. Il suo operato fu sostenuto da un’efficace campagna d’opinione. Per esempio in un drammatico e toccante reportage fotografico, “Morire di classe”, del 1969, il fotografo Gianni Berengo Gardin aveva mostrato l’infinita miseria dei manicomi, dove i malati erano rinchiusi e sottratti allo sguardo della società piuttosto che curati.
Con il superamento della logica del manicomio il problema della pazzia veniva finalmente impostato su basi interamente nuove e più adeguate. Al tempo stesso però tale concetto è diventato sempre più sfuggente ed elusivo, tanto che oggi a fatica sapremmo darne una definizione condivisa.
Del resto la storia mostra con abbondanza di esempi come tale condizione sia stata sempre diversa a seconda delle epoche e dei Paesi, con infinite variazioni sul tema: matti, folli, lunatici, furiosi, squilibrati, dementi, forsennati, mentecatti, alienati… Chi è considerato pazzo in un periodo potrebbe non esserlo un poco prima o un poco dopo.
Pensiamo per esempio a quelle migliaia di soldati che sotto gli interminabili bombardamenti della Prima guerra mondiale avevano perso il senno: quando non furono arrestati per codardia e tradimento, e quindi portati davanti a sbrigativi tribunali militari, furono sottoposti a scosse elettriche e ad altre brutali terapie nell’intento di rispedirli quanto prima al fronte. Spesso erano accusati di simulazione: con logica involontariamente stringente si credeva che non potesse essere davvero matto chi cercava di sottrarsi alla guerra.
Oggi, a un secolo di distanza, le ragioni di questi “scemi di guerra”, come venivano chiamati con crudele derisione, ci paiono perfettamente comprensibili e cristalline: chi non si sarebbe sottratto a una guerra che sacrificava migliaia di soldati per pochi metri di terra di nessuno, desolata e spoglia, infestata dai gas e ammorbata dai cadaveri?
E dunque, in conclusione, chi è pazzo, chi è sano? Ad Agrigento, terra di Pirandello (che era nato in contrada Caos), sorgeva il più grande manicomio di Sicilia, che sul frontone d’ingresso recava scritto: “Non tutti lo sono, non tutti ci sono.”
BOTANY DAY

Era il 29 aprile del 1770 quando la nave del capitano James Cook giunse in vista della costa orientale dell’Australia. La ricchezza della vegetazione spinse Cook a battezzare quel tratto di litorale con il nome di Botany Bay, come gli aveva proposto Joseph Banks, il giovane botanico della spedizione. Dopo un paio di giorni tuttavia la nave ripartì e quel primo, fugace contatto sembrò destinato a restare senza alcun sviluppo.
Quindici anni dopo le classi dirigenti inglesi non riuscivano a nascondere la propria preoccupazione. Le trasformazioni sociali seguite alla Rivoluzione industriale avevano infatti causato la crescita della criminalità: molti reati di poco conto come il furto o la prostituzione, oltretutto provocati soltanto dalla miseria, furono puniti con pene inumane e sproporzionate, tra cui l’esilio dall’altra parte del pianeta.
Nel frattempo Joseph Banks era diventato presidente della prestigiosa Royal Geographical Society e a lui fu chiesto di suggerire un luogo adatto alla fondazione di una colonia penale lontano dalla madrepatria. Alla mente di Banks si affacciò subito il fatidico nome di Botany Bay. Con i colori della nostalgia ne celebrò il suolo fertile, gli abitanti pacifici, il clima ideale.
La sua raccomandazione ebbe enormi conseguenze e portò alla trasformazione di un intero continente in una prigione a cielo aperto, dove nei decenni seguenti 160.000 persone furono deportate, lasciando in eredità agli australiani un ingiustificato sentimento di vergogna per il proprio passato.
Anche gli aborigeni avrebbero rimpianto quell’indicazione. I bianchi, dei quali sino ad allora ignoravano del tutto l’esistenza, ai loro occhi dovettero sembrare alieni sbarcati da un altro pianeta. Dopo la rottura del diaframma, e l’uscita dall’isolamento, dinanzi ai primi abitanti dell’Australia si aprì un tragico destino di sradicamento, discriminazione e alcolismo, che solo negli ultimi anni si è cercato di alleviare.
Nello spazio di un mattino un intero continente passò dalla preistoria all’età contemporanea e la storia del mondo divenne allora finalmente globale. E tutto questo per il ricordo di quella remota baia fiorita, che Joseph Banks aveva intravisto nel tardo autunno australe.
PRIMEDONNE

Sarà dunque Hillary Clinton la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti d’America. È un evento epocale, a prescindere dalle sue qualità o dalle concrete possibilità di vittoria. Quel che conta è che cade un’altra barriera di genere e un’altra professione, la più simbolica di tutte, si apre alle donne.
È solo l’ultimo episodio di una lunga rincorsa che ha attraversato tutta la storia, con una spiccata accelerazione nell’ultimo secolo e mezzo. Immense energie, da sempre congelate nella ripetizione dei lavori domestici e di accudimento, sono state liberate a vantaggio di tutta la società. Le donne sono diventate ingegneri, dirigenti d’azienda, magistrati e quant’altro hanno immaginato e desiderato.
È forse questo allora il giorno giusto per ricordare tutte quelle figure femminili che hanno dovuto superare diffidenza, ostilità o quanto meno una pesante ironia per rendere possibile questa rivoluzione.
Molte di loro sono americane, come Hillary Clinton o come Clara Shortridge, la prima donna avvocato. Dopo essere stata abbandonata dal marito nel 1876, oltretutto con cinque figli sulle spalle, Clara si diede agli studi di legge e superò con tenacia tutte le restrizioni all’accesso alla professione. Negli anni seguenti fu anche direttrice di un’importante banca e nel 1930, quando aveva ormai 81 anni, si candidò a governatore della California.
Ancora un’americana, Elizabeth Blackwell, fu la prima donna medico, ma mi piace ricordare anche la russa Nadeschda Suslowa, figlia di un servo della gleba emancipato, che nel 1867 a Zurigo poté completare quegli studi di medicina che le erano stati vietati a San Pietroburgo. Sarà la prima donna medico russa.
Infine, in tutt’altro ambito, potremmo rievocare la tenacia di Alfonsina Morini, figlia di due braccianti analfabeti emiliani, che nei primi decenni del Novecento fu la prima donna ciclista italiana a misurarsi con gli uomini, partecipando a due giri di Lombardia e a un Giro d’Italia. La sua carriera sportiva cominciò a quattordici anni, quando sposò un meccanico e chiese come regalo di nozze una bicicletta.
È un discorso che va anche al di là dell’emancipazione femminile: riconoscere e valorizzare il talento dove mai ce lo aspetteremmo è, oggi come allora, la via maestra per il progresso.
L'ELEFANTE VIAGGIATORE

Nei primi mesi del 1772 una femmina d’elefante di circa due anni partì dal Bengala su una nave della Compagnia delle Indie, per essere donata al re di Francia Luigi XV. Dieci mesi dopo l’esotico animale sbarcò in Bretagna e trotterellò sino alla reggia di Versailles, dove per dieci anni fu una delle attrazioni della corte. L’elefantessa morì nel 1782, dopo essere caduta nelle acque di un canale del parco. La sua pelle fu conciata, tesa sopra uno scheletro di legno e infine esposta nel Museo nazionale di Storia naturale di Parigi.
Trent’anni dopo, nel 1812, Napoleone Bonaparte regalò l’elefantessa – o meglio quello che ne restava – al Museo di Pavia. Presto dimenticata, ha trascorso gli ultimi sessant’anni in un sottotetto. Pochi giorni fa è tornata alla luce con un trasloco non facile, tenuto conto che pesa mezzo quintale ed è alta quasi tre metri. Ora si prepara il restauro e l’esposizione al pubblico se si riuscirà, con un’apposita campagna, a raccogliere fondi sufficienti. Chi donerà di più, potrà anche dare un nome all’elefantessa, che per ora ne è sprovvista.
È una storia curiosa, ma non unica nel suo genere. Nel 1515, esattamente cinquecento anni fa, il sultano indiano Muzafar II mandò un rinoceronte in dono al re del Portogallo Manuele I. L’anno successivo il re volle offrirlo al papa Leone X ma la nave che trasportava il rinoceronte naufragò nel golfo di La Spezia. Il povero animale morì annegato e, dopo essere stato recuperato, arrivò a Roma impagliato. Non sappiamo poi che fine abbia fatto.
Durante il suo soggiorno a Lisbona il rinoceronte destò grande curiosità e fu persino organizzato un combattimento con un elefante, che però si diede alla fuga. Una lettera con uno schizzo e una descrizione del rinoceronte giunse a Norimberga e diede ad Albrecht Dürer l’ispirazione per un disegno dove il rinoceronte appare imponente e terribile; sembra indossare un’armatura istoriata. Nonostante alcune inevitabili imprecisioni questa immagine ebbe immensa fortuna e a metà del Cinquecento fu riprodotta anche nella monumentale Storia degli animali del naturalista svizzero Conrad Gessner.
Sono racconti di improbabili animali viaggiatori, scherzi del destino, e quindi forse adatti all’inevitabile leggerezza di questo 1 aprile.
I TEMPLARI TRA STORIA E LEGGENDA

Il 18 marzo 1314 veniva messo a morte Jacques de Molay, 23° e ultimo Maestro dell’Ordine dei Cavalieri templari.
Fondato all’inizio del XII secolo per proteggere i pellegrini e liberare la Terrasanta, l’Ordine dei templari era diventato presto potentissimo e quasi autonomo da ogni controllo, con grandi ricchezze e vaste proprietà agricole anche in Europa.
Proprio questo successo attirò odi e invidie. All’inizio del Trecento il Re di Francia Filippo il Bello, per impadronirsi dei loro beni, lanciò contro i Templari false accuse di immoralità ed eresia che i monaci combattenti furono costretti a confermare sotto tortura. Infine l’ordine fu soppresso nel 1312 da Papa Clemente V.
Ma nel 1314 Jacques de Molay, l’ultimo maestro, in un sussulto d’orgoglio ritrattò le sue confessioni e fu arso sul rogo davanti alla Cattedrale di Parigi, sull’isola della Senna detta dei Giudei.
Eppure i Templari non sono mai stati tanto vivi come dopo la loro morte. Di recente hanno fatto la fortuna di Dan Brown con Il codice da Vinci e sono protagonisti di uno dei videogiochi più popolari, Assassin’s Creed. Intorno a quest’ordine è fiorita ogni sorta di leggenda, alimentata da scrittori in cerca di facili suggestioni e da storici dilettanti: sono stati di volta in volta collegati al Sacro Graal, all’Arca dell’alleanza, alla Sindone, e si è sostenuto che avessero conoscenze tecnologiche assai più avanzate del loro tempo. Soprattutto si ipotizza una loro sopravvivenza segreta, mai provata.
Gli storici seri guardano con fastidio a questo proliferare di dicerie. Come ha scritto Umberto Eco, "l'unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo." Soprattutto gli storici sanno bene che la storia non ha bisogno di invenzioni fantasiose e stravaganti, perché già di suo è ricca, complessa, affascinante, piena di misteri e di domande senza risposta. Perché, come ha scritto Oscar Wilde, “Il vero mistero del mondo è quello che vediamo, non l’invisibile”.
4 MARZO 1943

Il 1 marzo di tre anni fa, a Montreux, moriva Lucio Dalla e, per uno strano scherzo del destino, i suoi funerali si tennero il 4 marzo, proprio il giorno del suo compleanno.
Infatti Lucio Dalla era nato a Bologna il 4 marzo 1943 e quella data diventerà anche il titolo del suo primo grande successo, con il terzo posto al Festival di Sanremo del 1971. Quando fu scritta da Paola Pallottino la canzone s’intitolava però Gesùbambino, ma fu subito censurata perché associava il nome di nostro Signore a una vicenda che ai benpensanti appariva quanto meno discutibile.
Si racconta infatti di una ragazzina di soli sedici anni che dà alla luce un bambino concepito con un soldato di passaggio, destinato di lì a poco a morire in battaglia. Anche la madre avrà vita breve e di quel fugace incontro d’amore nella tempesta della guerra resterà un uomo che frequenta le osterie del porto e che tutti chiamano Gesù.
Sullo sfondo leggiamo le difficili condizioni di tante donne durante la Seconda guerra mondiale, in territori continuamente attraversati da eserciti amici e nemici, con padri e mariti lontani: la canzone di Dalla racconta gli amori con i soldati di passaggio, per passione, come in questo caso, ma più spesso per un disperato bisogno di protezione, di cibo e di denaro.
Ci sono poi le numerose violenze. Dopo la fine della guerra anche in Italia, come in altri Paesi europei, si scelse di dimenticare quelle tristi vicende per andare verso una nuova vita. E solo di recente la ricerca storica ha cominciato a scavare, con il necessario rispetto, negli archivi e nella memoria. Per esempio la storica Michela Ponzani nel suo libro “Guerra alle donne” ha raccontato gli stupri commessi dai Tedeschi così come quelli concessi in premio a Montecassino ai soldati marocchini arruolati nell’esercito francese. Ma nelle sue pagine c’è spazio anche per gli amori delle partigiane e per la storia rimossa di quelle donne che si innamorarono di un soldato tedesco e spesso, dopo la guerra, si trovarono quasi costrette ad abbandonare i bambini che erano nati da quelle unioni.
È materia controversa, dolente e oscura, che forse solo la musica e la poesia riescono ad alleggerire un poco. Di certo quella filtrata dai versi delle canzoni più popolari è una storia leggera, come ha scritto Stefano Pivato, ma non necessariamente superficiale.
ITALIA E LIBIA: UNA RELAZIONE SPECIALE

Lunedì il personale diplomatico italiano ha abbandonato la Libia, ormai precipitata nel caos. Erano gli ultimi rappresentanti occidentali rimasti, dato che i loro colleghi di altri Paesi erano già fuggiti da mesi.
È questo solo l’ultimo episodio dello speciale rapporto che ha legato Italia e Libia lungo tutto il Novecento e che questa mattina proviamo a ripercorrere in pochi cenni.
L’Italia conquistò la Libia tra il 1911 e il 1912, sotto il governo Giolitti, sconfiggendo con una guerra efficace la Turchia, che controllava quelle terre sin dal Cinquecento. Nell’ottobre 1912 a Losanna fu firmata la pace che sanciva la vittoria italiana. Ma solo all’inizio degli anni Trenta, in pieno regime fascista, gli Italiani riuscirono a domare l’ostinata guerriglia locale e a controllare l’intero territorio.
A differenza delle più remote e povere colonie di Eritrea e Somalia, il legame degli Italiani con la Libia fu subito intenso, come testimoniano anche le canzoni del tempo: Tripoli bel suol d’amore. Mossi da questo immaginario coloniale, un buon numero di contadini affamati di terra si trasferì sulla “Quarta sponda”, come si diceva allora, e vi rimase anche dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale.
Svanite le speranze di conservare almeno la Tripolitania, alla fine del 1951 gli Italiani assistettero alla nascita del Regno unito di Libia.
Il punto più basso delle relazioni italo-libiche nel secondo dopoguerra fu però toccato nel 1970. L’anno prima nel 1969 un giovane ufficiale dell’esercito, Mu'ammar Gheddafi, aveva preso il potere e una delle sue prime decisioni fu l’espulsione di 20.000 Italiani e la confisca di tutti i loro beni: un evento ricordato poi ogni anno il 7 ottobre, “il giorno della vendetta”.
Gli anni Ottanta e Novanta furono due decenni difficili e carichi di tensione, anche per il sostegno libico al terrorismo internazionale; ma anche allora restarono aperti canali sotterranei di comunicazione.
Poi Italia e Libia si sono nuovamente avvicinate, sino al Trattato di amicizia e cooperazione firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008.
Il resto, come si dice, è cronaca: la rivolta che ha portato alla deposizione e all’uccisione di Gheddafi e il turbolento periodo seguente.
Oggi la Libia minacciata dall’ISIS cerca una via d’uscita dalla crisi: ancora non sappiamo quale sarà, ma di certo l’Italia avrà un suo ruolo. Perché l’aver condiviso una storia comune, con i suoi conflitti ma anche i momenti di collaborazione e dialogo, crea legami che si mantengono nel tempo.
PERDERE LA TESTA

Ha destato un giusto orrore la vicenda degli ostaggi decapitati dai fanatici dell’ISIS e senza dubbio parte dell’indignazione è legata al modo dell’esecuzione, che ci appare – ed è – particolarmente barbaro e feroce, quasi che in un colpo solo si volessero annullare l’individuo, il pensiero, e la parola.
Nel corso della storia tuttavia la decapitazione non aveva necessariamente queste implicazioni. Nella Roma imperiale tale pena era riservata ai soli cittadini. Assai peggiore era considerata la lunga e dolorosa crocifissione, la morte degli schiavi e dei ladri, che infatti fu risparmiata a San Paolo, cittadino romano, decapitato al tempo delle persecuzioni di Nerone. E il martirologio propone diversi santi cefalofori, vale a dire santi che dopo la decapitazione raccolgono la propria testa e la portano fino al luogo dove sorgerà la chiesa loro dedicata: per esempio San Giovanni Battista, o il filosofo Boezio.
Moltissimi personaggi storici furono decapitati: nel 1268 toccò al sedicenne imperatore Corradino di Svevia, la cui giovane età però, più che il supplizio, impietosì i contemporanei; e poi ancora nel 1355 il doge Marin Faliero, traditore di Venezia, ma anche Carlo I Stuart, la cui decapitazione rappresentò il culmine della Rivoluzione inglese, nel 1649.
Va detto che nei nostri Paesi, ancora tra Medioevo ed età moderna, si decapitavano i nobili, mentre per i semplici popolani si ricorreva a metodi assai più crudeli, come lo squartamento, spesso seguito dalla pubblica esposizione del cadavere con funzione di monito, per esempio nei casi di attentati alla persona del re.
Ancora nel 1757 Robert François Damiens, che aveva insidiato la vita di Luigi XV, fu barbaramente massacrato in pubblico dal boia, assistito da ben 16 aiutanti.
Non stupisce insomma che l’introduzione della ghigliottina, nel 1792, parve a molti un sistema non solo più efficace, ma anche pietoso e giusto, in quanto per la prima volta si applicava a tutti i condannati, indipendentemente dal rango e dal crimine commesso, a cominciare dal re Luigi XVI e da sua moglie Maria Antonietta.
Queste osservazioni non vogliono naturalmente attenuare la sacrosanta indignazione per gli efferati crimini dei terroristi, quanto piuttosto mostrare quanto la storia dell’umanità sia intrisa di inaudita violenza, di una ferocia senza limite, che solo assai di recente siamo riusciti faticosamente ad attenuare.
Già nel Cinquecento Montaigne scriveva, nel suo celebre capitolo sui cannibali, che non importa poi molto come si uccide un uomo, e cosa si fa poi del suo cadavere. È invece fondamentale ricordare, con il Talmud, che “Chi uccide un uomo è come se uccidesse tutta l’umanità”.
LA TRAGEDIA DELLA DIVISIONE TEXAS
Verso la metà di gennaio del 1944 gli Alleati avanzavano faticosamente nell’Italia meridionale, tra Napoli e Roma, rallentati dal freddo e dal fango. I Tedeschi si erano asserragliati dietro la Linea Gustav, che tagliava la penisola dall’Adriatico al Tirreno, nel punto dove è più stretta.
Il 20 gennaio è un momento decisivo. A due reggimenti della 36a Divisione Texas, oltre 5mila soldati, si chiede di guadare il torrente Rapido, vicino a Frosinone, e di aprire la via verso Montecassino, la chiave di volta del sistema difensivo tedesco.
Il Generale Walker, che comanda la Divisione Texas, è tormentato dai dubbi: i soldati sono giovani e inesperti, il torrente Rapido è gonfio e tumultuoso, la visibilità è scarsa.
Nonostante i cattivi presagi, alle otto di sera del 20 gennaio l’attacco viene sferrato ma si conclude con un disastro. Le difese tedesche – campi minati, fortini, artiglierie e mitragliatrici – fanno una carneficina. Tra caduti e dispersi, gli Americani perdono quasi 2700 uomini.
Conosciamo i volti di quei poveri soldati. Pochi giorni prima il famoso regista John Huston, arruolato per fini di propaganda, li aveva filmati nel documentario La battaglia di San Pietro: i vivi e i morti, chiusi nei sacchi e calati nelle tombe. Non è difficile comprendere perché il suo lavoro fu poi censurato per troppo realismo.
Tuttavia il sacrificio dei giovani Americani della Divisione Texas non era stato del tutto inutile, perché aveva attirato su di sé l’attenzione dei Tedeschi, ai quali sfuggì quanto si stava preparando più a nord.
Il giorno dopo, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1944, Americani e Inglesi sbarcano ad Anzio, sulla costa laziale, a soli 50 chilometri da Roma, nel tentativo di aggirare la Linea Gustav. Kesselring, il comandante delle forze tedesche in Italia, è colto completamente di sorpresa e in poco tempo si stabilisce una testa di ponte forte di 70mila soldati, fronteggiata solo da due battaglioni tedeschi.
Ma proprio allora il comandate delle forze alleate, il Generale John Lucas, si muove troppo lentamente dando tempo ai Tedeschi di organizzare una resistenza adeguata. L’occasione andò perduta e la via per Roma rimase chiusa sino a giugno, dopo mesi di sanguinosi combattimenti che causarono anche la tragica e inutile distruzione del Monastero di Montecassino.
Il comando è un’arte difficile. Ma all’inizio di questo 2015, 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, vogliamo almeno ricordare il valore sfortunato dei giovani soldati della Divisione Texas.
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Soldati a S. Pietro, fine dicembre 1943 (Courtesy Dal Volturno a Cassino)
Un ferito americano, trasportato da alcuni suoi commilitoni, transita nelle rovine di San Pietro. (Courtesy Dal Volturno a Cassino)

